Il Culto dei Morti in Cina

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Il dio della morte (Se-ming) è un’altra divinità, che proprio per la sua stessa definizione, presiede al destino ultimo degli uomini. Altre divinità locali si riferiscono ai fiumi, ai laghi, ai mari, tra queste è da ricordare il Conte dei fiumi (Ho po), riferito al fiume Giallo, che prevedeva un rituale ogni anno con il sacrificio di una giovane sposa.

Gli antichi Cinesi credevano che l’uomo avesse due anime: il p’o e il hun. Dopo la morte il hun saliva al cielo, alla corte del Signore del cielo; il p’o invece abitava con il cadavere nella tomba e si nutriva di offerte fatte al defunto. Queste usanze comportavano un curato e attento servizio per il nutrimento del defunto, altrimenti questi, affamato, poteva rivolgere la sua ira verso i discendenti.

Legato a questa credenza si sviluppò l’uso di seppellire schiavi, prigionieri e concubine insieme al defunto in modo che gli facessero compagnia durante il viaggio verso il cielo. Nelle tombe di An-yang, della dinastia Yin, sono stati trovati gli scheletri di oltre un migliaio di vittime con le teste tagliate e sepolte altrove: forse prigionieri di guerra.

I riti e le manifestazioni del culto erano, nell’antica Cina, privilegio del re, dei principi, dei funzionari e dei nobili. Tutti i riti prevedevano una serie di sacerdoti officianti secondo norme rigide: vi erano dapprima i priori (chu), i quali conoscevano i sacrifici che il re offriva al Signore supremo, e quelli che recitavano le preghiere dei morti.

Il culto degli antenati doveva essere continuo. Nel corso di ogni pasto, il padre di famiglia faceva una libagione ed offriva un po’ di cibo agli antenati, una parte delle primizie secondo le stagioni. Si celebravano quattro grandi feste annuali in corrispondenza delle quattro stagioni, feste durante le quali si portavano le tavolette degli antenati al banchetto. Il tempio degli antenati sorgeva all’interno delle case, al lato orientale della corte principale.

Nella sua rivalità con il buddismo e il confucianesimo, il taoismo ha utilizzato un vasto patrimonio mitico lasciato da parte da queste due dottrine: la magia. Tutti i sacerdoti taoisti (i taoshen ) espellono i demoni, fabbricano filtri ed elisir di lunga vita, praticano la veggenza e la divinazione. Alla base di questo occultismo sta l’opposizione di due forze nella natura: lo yang, principio maschile, e lo yin, principio femminile; il taoshen, con la sua conoscenza della proporzione ottimale dello yang e dello yin in un essere, può allora conferirgli una efficacia suprema.

Il taoismo insegna così che il mondo intero è sotto la dipendenza degli dei, in particolare di una trinità suprema, i «Tre Preziosi»; questa credenza si oppone al buddismo, religione atea che vede, nelle divinità, esseri inferiori ai Budda, cioè agli uomini che sono stati raggiunti dall’Illuminazione.

Per essere felice, un uomo deve vivere in pace con sé stesso e coi suoi simili; per questo deve seguire la «via media», quella della moderazione che conduce alle virtù cardinali: pietà filiale, armonia affettiva familiare, equità, senso dell’onore, integrità, sincerità, cultura, pace universale.

Nel quadro di questa morale del giusto mezzo, si inscrive la prescrizione del culto degli antenati:

Servire i morti come se essi fossero ancora vivi è la suprema pietà filiale

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