Il Culto dei Morti per gli Antichi Greci

fonte

Oggi i Greci sono soprattutto cristiani ortodossi. Duemila anni fa erano, invece, politeisti.

L’antica religione greca sorse dalla fusione di culti di popolazioni del posto con le religioni delle popolazioni indoeuropee che, provenienti dal nord, si stabilirono in Grecia tra il XIX e il XVIII secolo a.C.

 Ogni polis (città-stato) si affidava alla protezione di una propria divinità, alla quale in qualche modo venivano fatte risalire le stesse leggi che regolavano la vita di quella città. Tuttavia, spesso le polisformavano delle leghe, dette anfizionie, a carattere politico-religioso. Inoltre, l’interà civiltà greca aveva delle ricorrenze comuni, come le grandi feste Panelleniche, che si svolgevano, a scadenze regolari, a Olimpia, a Delfi, a Delo, a Samo e altrove.

Moltissimi elementi di questa antica religione sono arrivati ai nostri giorni e, spesso, con lo stesso significato che avevano in quel tempo.

 

riti di sepoltura

riti del matrimonio

uso delle ceneri

desiderio di interrogare l’aldilà

concetto di anima e corpo

netta separazione tra sacro e profano

 

La mitologia greca sottolineava la debolezza umana in contrasto con le grandiose e terribili forze della natura. I greci consideravano immortali i propri dei e ritenevano sia le loro stesse vite sia le manifestazioni naturali interamente dipendenti dal volere divino; generalmente, i rapporti tra dei e uomini erano amichevoli, ma gli dei riservavano severe punizioni ai mortali che esibivano comportamenti inaccettabili come autocompiacimento o soverchia ambizione, oppure sfoggiavano eccessive ricchezze.

Gli dèi, avevano caratteristiche antropomorfiche, erano del tutto simili alle persone: stessi vizi, stesse virtù;

si distinguevano solo perché erano immortali e potenti. La loro sede era l’Olimpo, un massiccio montuoso presso il confine settentrionale della Tessaglia, la cui vetta, alta 2985 metri e quasi perennemente circondata da nubi, era difficilmente raggiungibile. Ad Olimpia, nel Peloponneso, c’era il principale tempio dedicato a Zeus, la divinità principale dei Greci, capo e sovrano di tutte le divinità.

Gli dèi trattavano le persone non con giustizia, ma secondo i loro “capricci”; loro stessi, però, dovevano sottostare a questo “fato”.

L’aldilà non era meritato in base al comportamento, come invece abbiamo visto per gli Egizi, ma si andava nell’aldilà buono (Campi Elisi) o cattivo (Ade) in base al capriccio degli dèi che, per semplice simpatia, destinavano in uno o nell’altro aldilà.

C’è comunque da dire che l’aldilà, in generale, era un luogo ampio e oscuro nelle profondità della terra: eroi e vili, giusti e ingiusti dovevano andare tutti in quel luogo; lì vivevano come ombre rimpiangendo per sempre la vita perduta. Secondo Esiodo, solo ad alcuni uomini, gli dèi concedevano di vivere nei Campi Elisi (ma sempre uomini scelti per simpatia dagli dèi).

Con questo tipo di religione, viene a mancare la giustizia da parte degli dèi (non si era infatti ricompensati in base alla vita che si era vissuta) e la responsabilità da parte delle persone (ci si poteva comportare male o bene, l’aldidà dipendeva comunque solo dal capriccio degli dèi).

Dal IV secolo a.C., si sviluppò l’idea che non era giusto né responsabile, che tutti andassero nell’Ade o che pochi, per preferenza degli dèi, andassero nei Campi Elisi, ma si capì che l’aldilà doveva essere meritato. Solo gli assassini, i suicidi, i cattivi cittadini, coloro che non si erano mostrati misericordiosi verso i genitori e gli stranieri poteva essere esclusi dai Campi Elisi.

Relativamente al concetto di corpo e anima, c’è da dire che per la religione greca, l’uomo è composto da due parti: un corpo mortale ed una parte immortale, chiamata eidolon (aspetto vitale). L’eidolon, chiuso nella tomba o prigione del corpo, doveva purificarsi per essere degno di una vita felice nei campi Elisi. Questo concetto è arrivato fino ai nostri giorni, è infatti presente in molte religioni importanti.

Grande importanza hanno Esiodo e Omero, per poter comprendere il mondo religioso dei Greci.

Di Esiodo restano due poemi: la Teogonia (1022 versi) e Le opere e i giorni (828 versi). Il proposito del primo è sistemare in modo organico e razionale l’immenso materiale mitologico presente nelle tradizioni religiose, nelle credenze popolari e nella poesia eroica. Dopo aver cantato l’origine dell’universo dal caos, il poeta enumera tutte le generazioni divine fino al regno di Zeus.

Il nucleo concettuale delle Opere e i giorni è l’elogio del lavoro e della giustizia. Il lavoro è una necessità morale imposta agli uomini dagli dèi: solo chi lavora può essere un uomo giusto.

Questa legge non può essere modificata assolutamente e riguarda tutti. Due miti, confermano la necessità di questa legge del lavoro: il mito del vaso di Pandora, donato al genere umano da Zeus per vendicarsi di Prometeo che gli aveva rubato il fuoco; il mito di Prometeo e quello delle cinque età degli uomini, che per la loro stoltezza e violenza sono decaduti dalla felice età dell’oro alla miseranda età del ferro.

Concezione del mondo e dell’oltretomba

 

All’inizio di tutto c’era il kaos (= baratro, abisso).

Da questo stato primordiale e informe, sorse progressivamente il cosmo ordinato.

Si formò prima di tutto il Tartaro, luogo dell’0scurità e della notte. Poi sorse la terra (Gea), e da essa nacquero il cielo (Urano) e il mare (Ponto). Dall’unione della terra, principio femminile, e del cielo, principio maschile, nacquero quindi Crono e Rea. Da questi ebbe origine Zeus che, scampato agli intenti omicidi del pare, una volta cresciuto guidò la rivolta dei Cronidi (i figli di Crono, appunto) contro il genitore. Crono venne però aiutato dai titani, suoi figli, ed ebbe così inizio la grande lotta tra gli dèi più giovani e i titani (titanomachia). Vinsero gli dèi, così Crono e i titani vennero mandati nel Tartaro, per opera di Zeus. Divenuto signore del mondo, Zeus si insediò sull’Olimpo, da dove, in seguito, combattè anche i giganti, ribellatisi al nuovo ordine cosmico. A quesa nuova colossale lotta (gigantomachia) prese parte lo stesso Eracle (Ercole), che combattè al fianco degli olimpici. I giganti vennero sconfitti e sepolti nelle isole vulcaniche. Il mondo si assestò così, secondo il nuovo ordine, sotto il dominio di Zeus, mentre a Poseidone veniva affidato il dominio dei mari, e ad Ade quello dell’oltretomba. Centro del mondo così definitosi era l’Onfalo, indicato da una sfera di marmo nel tempio di Apollo a Delfi. La terra, in questo nuovo ordine cosmico, risultava circondata dall’oceano, dal quale nascevano tutti i fiumi e le sorgenti. A ovest della terra, tra le correnti dell’oceano, sorgeva quindi l’Ade, il mondo sotterraneo abitato dalle anime dei defunti. Il regno di Ade era circondato da mura di ferro con portali anch’essi di ferro, attraverso i quali Hermes, con la sua verga d’oro, accompagnava i defunti. Per poter entrare nell’Ade i morti dovevano essere stati sepolti, perché in caso contrario le loro anime avrebbero dovuto vagare senza pace per cento anni. Superate le porte degli inferi, i defunti varcavano le acque dello Stige, il fiume dell’Oltretomba. Quest’ultimo sfociava a sua volta nel Cocito, il fiume dei lamenti, che formava il lago Acheronte. Qui, il vecchio barcaiolo Caronte trasbordava i defunti che avevano ricevuto sepoltura, ai quali era stata posta dai parenti, in bocca, sotto la lingua, una moneta di bronzo, come “offerta per Caronte”. Sulla riva opposta del lago, Cerbero, il cane infernale, sorvegliava il regno dei morti, facendovi entrare i nuovi arrivati e impedendo a chiunque di uscirvi.

Sulla condizione delle anime negli inferi, la religione greca elaborò col tempo diverse concezioni. Per Omero, i defunti, senza distinzioni per quello che avevano fatto in vita, si consumavano nel ricordo e nel desiderio della vita terrena. In seguito prese forma l’idea di una sorte differenziata, proporzionale alla moralità espressa in vita. In particolare, insistettero su questo principio i seguaci dell’Orfismo, una corrente mistica e ascetica sviluppatasi a partire dal VI secolo a.C.

In base a questa concezione, al di là dell’Acheronte, le anime dei defunti venivano sottoposte al giudizio di una sorta di tribunale dei morti, preseiduto da Ade, il quale – con sentenza imparziale – assegnava un diverso destino a seconda del comportamento che si era tenuto in vita. I giusti potevano così accedere all’Elisio, o Isola dei Beati, circondata dalle acque argentee del fiume Lete. Queste acque concedevano l’oblio a coloro che le bevevano e assicuravano quindi l’eterna felicità. I cattivi venivano invece precipitati nel Tartaro, una voragine oscura circondata da un triplice muro, attorno al quale scorreva il Flegetonte, un fiume di fuoco. Qui le anime dei dannati subivano pene spaventose. Ad esempio, le 49 Danaidi che avevano ucciso i loro sposi, erano condannate a riempire anfore senza fondo, e pene altrettanto dure erano toccate a Sisifo, Tantalo e Tizio.

I commenti sono chiusi.